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  • Castelvolturno, immigrazione e Camorra Intervista al mediatore culturale Jean Rene Bilongo

    Pubblicato il maggio 16th, 2009 admin Nessun commento

    Jean Rene Bilongo, giovane africano di origini camerunensi arrivato a Castelvolturno come tanti dei suoi connazionali, è riuscito ad inserirsi nel difficile contesto del litorale domitio e, grazie alla propria tenacia, attualmente svolge il ruolo di mediatore culturale con l’obiettivo di abbattere le barriere esistenti tra extracomunitari ed italiani.

    Da quanti anni la comunità degli immigrati è presente a Castel Volturno?

    La presenza degli immigrati sul Litorale Domizio risale all’inizio degli anni 80. Era l’epoca aurea del pomodoro nelle campagne di Villa Literno e dintorni. All’inizio erano soprattutto magrebini. Successivamente, cominciarono ad arrivare anche i primi subsahariani. I gruppi cominciavano in quel modo a sostituirsi pian piano ai braccianti autoctoni che erano tra l’altro sempre più difficili da trovare. Con l’arrivo dei braccianti stranieri, l’offerta di lavoro trova delle braccia fresche, a costi più bassi tra l’altro. Così è partito l’insediamento è si è consolidato col passare degli anni.

    C’è stato un cambiamento nella vita degli immigrati dopo la strage di San Gennaro?

    La strage di San Gennaro è stata un colpo duro per gli immigrati. Fino a quel momento, direi che le comunità straniere si sentivano praticamente a casa propria sul Litorale. Con la strage, ci si è riscoperti stranieri, vulnerabili, facile bersaglio. La paura si è impossessata un po’ di tutti.

    Dopo la strage i media hanno immediatamente additato le vittime come affiliate della mafia nigeriana, ipotesi puntualmente smentita dalle analisi. Come te lo spieghi?

    La plausibile spiegazione è che per anni, le attività losche condotte da alcuni nigeriani, mi riferisco in particolare modo allo spaccio di droga e lo sfruttamento della prostituzione avvenivano alla luce del sole, un po’ come se il Litorale fosse terra di nessuno. Da qui il facile collegamento convinto e convincente. Tali asseverazioni tuttavia non hanno trovato alcun riscontro da parte degli inquirenti. Inoltre, tra le vittime non c’era alcun nigeriano bensì solo ed esclusivamente dei ghanesi.

    Pochi giorni dopo la strage lo scrittore Roberto Saviano sulle pagine di Repubblica commentando la manifestazione spontanea degli immigrati di Castel Volturno ha affermato che negli ultimi anni in Campania solo gli immigrati africani sono riusciti a tirare fuori più rabbia che paura e rassegnazione contro i clan. Cosa pensi di queste parole?

    Quella degli africani è stata un esplosione di rabbia rumorosamente manifestata. Gli autoctoni sono un po’ più silenziosi nel loro dolore. Ricordiamo che le esplosioni di rabbia a volte hanno dei risvolti inimmaginabili. Basti dire che la Rivoluzione Francese che ha cambiato la storia del mondo intero è partita da un esplosione di rabbia.

    Miriam Makeba, colei che ha sconfitto la segregazione razziale a ritmo di musica ha perso la vita proprio nel luogo dove poche settimane prima sono stati assassinati i suoi fratelli africani. Cos’ha significato per te la sua morte?

    Era venuta a Castel Volturno per esprimere, con la sua voce e le sue melodie, solidarietà a Roberto Saviano quando si era saputo della sua “condanna a morte”. Inoltre, Miriam Makeba voleva lanciare un No al razzismo! da Castel Volturno. Ricordiamo che erano giorni in cui la parola razzismo era quotidianamente sdoganata con episodi clamorosi in tutta Italia. La morte di Miriam Makeba è un insegnamento per tutti noi che proveniamo o viviamo in terre soggiogate. Miriam Makeba non era solo il simbolo della lotta per la libertà del popolo sudafricano, era Mamma Africa, la madre di tutti i figli del Continente Nero. E quale Mamma può rimanere indifferente, anche se in condizioni di salute malferme, quando inspiegabilmente le vengono falciati 6 figli, in una terra dove si è in cerca di una prospettiva migliore per il proprio futuro. Miriam Makeba, durante l’incontro con la comunità africana, poche ore prima della sua morte, ci ha esortati alla convivenza pacifica. Penso che tutti dobbiamo riscoprire l’essenza della convivenza. Tanto siamo sulla stessa barca, o meglio, come recitava un biglietto anonimo attaccato a un mazzo di fiori deposti sul luogo della strage di San Gennaro, “viviamo nella stessa Castel Volturno!”.

    Il 20 novembre le forze dell’ordine hanno effettuato un blitz all’American Palace alla ricerca di droga, spacciatori e latitanti. Si è scoperto in seguito che da quel blitz non è stato trovato niente di tutto ciò, invece sono stati fermati 58 migranti richiedenti asilo politico e portati nei centri di permanenza temporanea. Come giudichi questo episodio?

    Non credo che le Forze dell’Ordine fossero andate lì solo per una parade. Può darsi persino che lo Stato abbia voluto marcare la sua riconquista del territorio con il blitz dell’American Palace che era diventato il simbolo del degrado e dell’immigrazione irregolare. Non è da escludere tale ipotesi. Ma al contempo, dubito che le istituzioni abbiano bisogno di un dispiegamento di forze così impressionante per spaventare gli immigrati. Lo stato forte non mostra i muscoli. Al rischio di scatenare qualche reazione isterica, dico che bisogna essere molto cauti nel giudizio sulle Forze dell’Ordine con il blitz all’American Palace.

    Eppure Castel Volturno offre anche degli esempi positivi e di integrazione: penso al Centro Fernandes, la Jerry Essan Masslo, la presenza di Medici Senza Frontiere e quella dei missionari Comboniani. Come giudichi il lavoro di queste associazioni per gli immigrati?

    Attenzione! Non è questa l’integrazione. Gli enti menzionati fungono da colonna vertebrale a un vasto corpo migratorio in cerca di punti di riferimento. Il lavoro svolto dal privato sociale, che fa le supplenza delle istituzioni pubbliche praticamente assenti, con le due eccezioni della scuola e dell’ASL, è un lavoro encomiabile. Ma non si po’ deputare una situazione così ingarbugliata al solo volontariato. Prima o poi si avvilirà. Credo che le Istituzioni debbano rimpadronirsi del territorio, farsi carico delle sue problematiche, marcare la propria presenza come già avviene con il dispiegamento di forze.

    Quali sono le speranze degli immigrati di Castel Volturno?

    Aprissimo il Vaso di Pandora, uscirebbero tanti mali, tante frustrazioni, tante vessazioni. Ma in fondo al vaso c’è la speranza, ultima a morire. Credo che noi immigrati dobbiamo fare uno sforzo di rispetto verso il territorio, cercare di essere partecipi delle ansie e delle aspettative del territorio. Lo stesso ragionamento interpella gli autoctoni. L’auspicio è che ci sia sempre più compenetrazione tra le varie comunità. Stella polare del processo deve essere una sola: l’ossequio della legge. Solo in tal modo avremo un tessuto sociale autenticamente multietnico.


    Intervista integrale, una versione ridotta è stata pubblicata su Fresco di Stampa

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