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  • La trave e la pagliuzza: equilibrio made in Cina!

    Pubblicato il aprile 14th, 2007 admin Nessun commento

    In questi giorni si fa parecchio parlare dei problemi di integrazione dopo i disordini sorti nella ChinaTown milanese di via Sarpi, a causa di questioni urbanistiche. Sembra che i cinesi negli anni abbiano comprato un intero quartiere, in contanti e a prezzi molto superiori a quelli di mercato per la gioia dei proprietari milanesi, per impiantarvi attività di commercio all’ingrosso (senza che qualche pianificatore pubblico ne avesse da ridire?), e negli ultimi due mesi, dopo la notizia di una progressiva limitazione del traffico di merci nella zona per motivi ambientali,alla prospettiva di un rallentamento delle proprie attività economiche, la tensione sia salita parecchio.

    Senza voler entrare nel merito e nel dettaglio dei fatti, una cosa che mi ha incuriosito parecchio è stata leggere che finanche il governo cinese ha avuto da esprimere la sua opinione al proposito, chiedendo tra le altre cose all’italia maggior equilibrio nella tutela degli interessi di quei cittadini cinesi.

    Allora mi è venuto in mente di aver letto una storia, su di un libro di Federico Rampini, su come loro siano stati capaci di “gestire” queste situazioni tutelando gli interessi di tutti i cittadini con “equilibrio”

    La storia è quella del borgo contadino di Taishi, nella provincia meridionale del Guangdong, dove, come nelle zone in più rapido sviluppo della cina, gli espropri dei terreni agricoli (ancora di proprietà ‘collettiva’) per far spazio allo sviluppo industriale privato, sono all’ordine del giorno e risultano tipicamente in sgomberi forzati, indennizzi irrisori per i coltivatori, e grasse tangenti per i burocrati locali.

    I 2000 contadini di questo paesino, hanno visto 100 ettari di terra espropriati a caro prezzo (l’ultimo lotto venduto a una fabbrica di gioielli) in cambio di un indennizzo irrisorio di 600 yuan (60 euro), e la promessa del sindaco – mai mantenuta – di costruire un generatore elettrico e una scuola elementare.

    Il 29 luglio del 2005, gli abitanti del paese hanno raccolto delle firme seguendo scrupolosamente la legge cinese sulla mozione per la destituzione di un amministratore locale, con l’unico risultato, al momento della consegna della petizione alle autorità regionali, di vedere i leader della propria protesta arrestati e gettati in carcere. Quando l’episodio si è fatto strada sulle pagine di un giornale l’effetto immediato è stata una colonna di 60 mezzi (compresi i furgoni dei temuti “reparti speciali”) circondare il borgo, 1000 agenti hanno creato un cordone per impedire che gli uomini tornassero dai campi, mentre gli idranti antisommossa prendevano di mira le vecchiette che picchettavano l’ufficio del sindaco (risultato l’arresto di dozzine di anziani).
    A fine settembre erano più di 100 le persone arrestate nel villaggio, infatti chiunque osi parlare ai giornalisti viene arrestato. Siti internet e forum cinesi che parlavano dell’argomento sono stati chiusi per ingiunzione del governo, e il direttore del giornale che aveva osato dare la notizia è finito in carcere.

    L’episodio finale dell'”assedio” di Taishi accade il 29 settembre 2005 quando un giornalista inglese del Guardian tenta di avvicinarsi al villaggio, guidato dal militante democratico Lu Banglie, un leader contadino di 34 anni. Prima che arrivino al paese, li ferma un gruppo di poliziotti e picchiatori in borghese che si accaniscono contro Lu. Lo pestano a sangue, sopravvive per miracolo. Dopo quell’incidente cala il sipario, Taishi viene isolata dal mondo esterno. Una delle ultime giornaliste a esservi entrata, Ai Xiaoming, del “Quotidiano della Gioventù”, ha visto le sue cronache censurate ed è stata ridotta al silenzio. (cit.)

    Alla luce di questo ed altri racconti che trapelano dalle remote province orientali, mi chiedo se il governo cinese possa dare lezioni all’italia su come tenere l’ordine pubblico e su come garantire le libertà civili ed economiche dei cittadini.

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