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  • Intervista a Matteo Scanni, vincitore del Premio Ilaria Alpi 2006 con “‘O Sistema”

    Pubblicato il novembre 15th, 2006 admin Nessun commento

    di Alessandro Pecoraro per Inpolitica.net

    In questi giorni è uscito nelle librerie “‘O Sistema” – Un’indagine senza censure sulla camorra. Il documentario/inchiesta edito da Rizzoli è stato realizzato da Ruben H. Oliva e Matteo Scanni. Il documentario “O Sistema” è stato il vincitore del Premio Produzione della XXII edizione del Premio Ilaria Alpi. Ho avuto il piacere di intervistare per inPolitica Matteo Scanni, coautore del documentario nonchè docente alla scuola di giornalismo dell’Università Cattolica di Milano. Di seguito le domande con le relative risposte:

    Come mai ha deciso di pubblicare un documentario sul Sistema Camorra? A che pubblico è rivolto il vostro documentario?
    “‘O Sistema” è un documentario che non si rivolge necessariamente a un pubblico di specialisti. Anzi, abbiamo fatto il film che anche noi avremmo voluto vedere sulla camorra, qualcosa che resistesse al tempo.
    E’ per questo che abbiamo evitato di perderci dietro le ricostruzioni dei singoli omicidi, nel dedalo delle parentele, dei nomi e dei soprannomi. Questo lavoro è iniziato con dei numeri, analizzando delle statistiche. E i numeri dicevano che ogni anno a Napoli ci sono 100 morti ammazzati di camorra. Sono cifre che non hanno paragone in Europa, nessuna altra grande metropoli europea vive la drammatica realtà di Napoli. La spiegazione a questi morti, dunque, non può essere univoca, non è semplice.

    A tal proposito, reputa sufficienti le misure intraprese dal governo attraverso il piano Amato?
    La camorra non è un problema esclusivamente militare, di controllo del territorio. Ci sono ragioni che vanno cercate più nel profondo. Ma Napoli non è Baghdad, non è una città persa. Il dibattito sull’ esercito è stato pretestuoso, comodo, ha focalizzato l’attenzione sulla questione militare. Pochi invece hanno fatto notare che per sconfiggere la camorra occorre colpirla nei suoi interessi economici.

    Secondo Lei come mai non si colpiscono gli interessi economici della camorra?
    Per ricostruire canali di riciclaggio, forme di reinvestimento, appalti, traffici e quant’altro, servono indagini lunghe, continuative e costose. Indagini che solo i magistrati possono fare. Peccato che la Dia di Napoli possa contare su un organico di appena 25 persone. Invece di pensare all’esercito, si dovrebbe pensare a sostenere il lavoro di questi magistrati che conoscono a fondo le strategie economiche dei clan camorristici, in città e in provincia, dove la situazione è ancora più grave. Dove un clan, quello dei Casalesi, gestisce da monopolista alcuni settori delicatissimi: appalti, rifiuti…

    Come mai allora lo stato non interviene?
    La verità probabilmente è che la camorra è un’organizzazione funzionale allo Stato. Se si considera che il Pil delle organizzazioni campane è di 16,5 miliardi di euro, e si rapporta questa cifra al Pil del Paese, si possono trarre conclusioni interessanti. La più ovvia è che senza la camorra interi comparti del sistema produttivo Italia entrerebbero in crisi. Ecco perché non si combatte la camorra con decisione.

    Sta implicitamente affermando che non ci libereremo mai della camorra.
    Per liberarsi dalla camorra bisogna colpirla là dove stanno i suoi interessi economici. Indagare e chiudere il rubinetto che porta miliardi di euro nelle casse dei clan. Ma le indagini sulla finanza criminale sono sempre difficili, perché i capitali, una volta ripuliti, entrano nel circuito dell’economia e dellafinanza legale. Indagini recenti hanno provato che i clan investono in borsa, in società quotate. Il livello di cui stiamo parlando è questo. Inoltre si è allargata quella zona grigia in cui la camorra pesca risorse,uomini, soluzioni avanzate per portare a termine i propri affari. I colletti bianchi al servizio della criminalità organizzata, non solo campana, sono migliaia.

    In “‘O Sistema” è analizzato il forte radicamento sociale della Camorra, secondo Lei a cosa è dovuto ciò?
    Il problema economico è fondamentale. La camorra offre lavoro, stipendi,assistenza. Sono guadagni immediati, quelli criminali. Lo Stato, posto che questo sia il suo compito, non è in grado di fare altrettanto. Il sottoproletariato di Scampia e Secondigliano, della Sanità, di Barra o Forcella non ha grandi alternative davanti. Entra nel giro criminale per necessità. Non che il fattore culturale non conti, ma le condizioni materiali di vita a Napoli sono un elemento determinante.

    Dedicate un’intero capitolo del libro al problema dei rifiuti e delle discariche abusive nate tra Giugliano e Aversa e colme di rifiuti speciali. Qual’è la sua opinione sull’emergenza rifiuti?
    Il problema dei rifiuti è antico. Inizia a porsi seriamente quando Cosa Nostra concede in appalto ai Casalesi l’intero settore. Accade subito dopo l’omicidio del giudice Imposimato, che la camorra elimina su ordine della mafia siciliana. Negli anni Ottanta i Casalesi fanno un salto di qualità e trasformano questo business in una miniera d’oro. I verbali dei processi documentano che gli uomini del clan iniziano a frequentare Villa Wanda, la residenza aretina dove Licio Gelli organizza incontri d’affari tra gli imprenditori del nord che hanno il problema di disfarsi di scorie tossiche e i rappresentanti dei boss casertani. Nel giro di qualche anno si organizza su tutto il territorio nazionale, ma soprattutto nel centro nord, una rete di intermediari che, lavorando col cellulare, gestisce questo traffico. Basta una telefonata per ricevere davanti ai cancelli dell’azienda una colonna di tir sui quali i rifiuti vengono caricati e fatti sparire lontano da occhi indiscreti.

    Come può un clan di una zona della Campania ottenere il controllo del traffico dei rifiuti?
    E’ un sistema che funziona, perché i clan casertani praticano prezzi molti più bassi di quelli delle discariche legali. Qualche cifra: in Italia ogni anno vengono prodotte 100 milioni di tonnellate di rifiuti: 60 milioni finiscono nelle discariche legali, altri 20 milioni finiscono nelle eiscariche francesi e tedesche, con cui lo stato italiano ha stipulato appostite convenzioni. Restano altri 20 milioni di tonnellate, e sono i rifiuti più pericolosi: finiscono tutti nelle discariche clandestine, sepolti nelle viscere della terra dell’Agro aversano, affondati al largo delle coste del Mediterraneo, oppure vengono spediti in Africa, Cina, ecc.

    E lo stato?
    Su questi rifiuti lo Stato chiude un occhio. Che senso ha che i magistrati della dia di Napoli abbiano disposto il sequestro di decine e decine di discariche prive del certificato antimafia o addirittura direttamente collegate alla camorra e che queste stesse discariche, nelle scorse settimane, mentre i sacchi di spazzatura si accumulavano per le vie di Napoli e della provincia, siano state dissequestrate?

    E’ quello che ci chiediamo un po’ tutti, grazie mille per l’intervista

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